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Dopo i buoni pasto, arrivano i buoni psicologo

La notizia arriva dalla vicina Francia, dove alcune imprese stanno effettuando una sperimentazione: pagano ai loro dipendenti alcune sedute di psicoterapia per curare stress, malesseri e difficoltà derivanti dal lavoro.

L’idea dei buoni psicologo è stata lanciata da Asp Entreprises, società specializzata nei problemi legati allo stress sul luogo di lavoro. La responsabile della società ha spiegato che il loro obiettivo è di spingere le aziende a trattare la sofferenza al lavoro “come tale, qualunque sia la causa”. E così in Francia è nata l’idea di mettere in pratica un procedimento innovatore.

I buoni psicologo vengono richiesti direttamente dai dipendenti, che insieme a questi, ricevono un numero verde da contattare per poter scegliere fra gli psicoterapeuti che hanno aderito all’iniziativa. Si tratta di professionisti sperimentati, che conoscono il mondo aziendale e i suoi problemi. Le sedute vengono pagate con i buoni, interamente a carico del datore di lavoro.

L’utilizzo dei buoni è però limitato, infatti essi servono solo per risolvere un problema preciso, non per fare una terapia a lungo termine. Sono previste un numero massimo di 10 sedute: se il dipendente volesse continuare la terapia, dovrebbe pagare di tasca propria. All’Asp ci tengono a mettere in chiaro questo punto: “il ruolo del datore di lavoro non è di finanziare la terapia del dipendente”. Una legge del 2002 obbliga le aziende a non occuparsi soltanto della salute fisica dei loro dipendenti, ma anche della loro salute mentale : i “buoni psicologo” sono un primo passo in questa direzione.

Questa iniziativa ha suscitato pareri favorevoli ma anche diverse critiche e reticenze. Per qualcuno, i buoni sono in realtà un metodo offerto alle aziende per disinteressarsi dei problemi legati allo stress e al malessere sul luogo di lavoro, un modo per lavarsene le mani e rifilare il problema agli psicoterapeuti. Una critica con seri fondamenti, visto che a volte lo stress è frutto di una cattiva organizzazione del lavoro e non delle “debolezze” dei lavoratori.

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