Il proprietario di un bar ha stuprato una dipendente minacciando di licenziarla e, dopo essere stato condannato dai giudici del primo e del secondo grado di giudizio, ha fatto ricorso in Cassazione.
Anche se la donna è stata definita «sessualmente spregiudicata» e ha acconsentito all’abuso per non perdere il posto di lavoro, si tratta comunque di reato. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione dichiarando inammissibile il ricorso del proprietario del bar. La dipendente in questione non era neanche maggiorenne nel periodo in cui è accaduto il fatto.
Dalla ricostruzione pare che la giovane fosse particolarmente spregiudicata e che già nel primo incontro avesse offerto al datore di lavoro un profilattico per proteggersi. Due elementi, questi, che però non hanno impedito prima al Gup del Tribunale di Macerata e poi alla Corte d’appello di Ancona, di condannare l’uomo per violenza sessuale a due anni di reclusione.
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