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Donne: la disparità in busta paga

La disparità in busta paga tra uomo e donna si nota nella maggior parte delle famiglie italiane. Il Global Gender Gap Report del 2008, cioè lo studio del World Economic Forum sulle diversità tra uomini e donne, posiziona l’Italia al 67° posto, in termini di disparità tra i due sessi per quanto riguarda la retribuzione.

Siamo in recupero rispetto all’85° del 2007, ma sempre notevolmente lontani dalla Norvegia (prima), dalla Germania (11° posto), dal Regno Unito (13°) e dalla Francia (15°), mentre ci batterebbe addirittura il Botswana. Bisogna sottolineare che nel paragone mondiale non sono messi bene nemmeno gli Stati Uniti, al 27° posto. Ma il nuovo presidente Barak Obama ha affrontato di petto la questione: la prima legge firmata è quella sulla parità salariale.

Quali fattori determinano questa situazione? La presenza dei figli penalizza di oltre un terzo la busta paga delle donne: gli impegni familiari, secondo l’Istat, pesano per il 70% su di loro, anche se gli uomini partecipano di più rispetto al passato. Le donne non hanno tempo per gli straordinari, quindi niente premi aziendali legati alla presenza e più in generale pochissimi benefit. La situazione si presenta in modo analogo nell’industria e nel pubblico impiego. A leggere i numeri elaborati da Iper Ugl su dati Unioncamere, le differenze più forti riguardano gli operai specializzati (-20,8% per le donne). Il divario è molto forte nelle professioni intellettuali- scientifiche (-18,8%) e nelle professioni tecniche (-17,7%).

Altro elemento determinante del differenziale salariale femminile è la collocazione delle donne in occupazioni pagate di meno. Nell’istruzione la loro presenza arriva al 77%, mentre sono oltre il 60% nel servizio sanitario nazionale. Negli uffici del pubblico impiego sono la maggioranza, il 54,7%. Nonostante l’aumento del numero delle laureate, le donne manager in Italia sono appena il 23,3% del totale, dato che scende al 10% nell’industria privata. «Per fare carriera le donne spesso sono costrette ad accettare retribuzioni più basse», dice la Polverini. La parità è una battaglia del suo sindacato: «Bisogna smettere di chiedere misure per incentivare il lavoro femminile. Bisogna spostare l’attenzione sulla famiglia e sui servizi», insiste la segretaria Ugl, che con questo obiettivo da mesi si batte per il quoziente familiare. La riforma sulla conciliazione dei tempi di lavoro è certamente un tassello importante. Sempre che, tra ammortizzatori sociali e interventi contro la crisi, alla fine si trovino i soldi.

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