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Lavoro minorile: ancora 215 milioni di bambini sfruttati

Sono 215 milioni i bambini costretti a trascorrere le loro giornate lavorando in miniera o nei campi anziché andare a scuola e giocare. Oggi abbiamo deciso di parlare dello sfruttamento del lavoro minorile per sostenere la campagna globale lanciata dall’International Labour Office (ILO) che ha sottolineato quanto sia importante lo sforzo da parte di tutti nel richiedere interventi volti a porre fine a questa pratica.

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, negli ultimi 4 anni il lavoro minorile è diminuito solo del 4%, un dato troppo basso rispetto all’obiettivo fissato nel 2006 che prevedeva di eliminare completamente le forme peggiori di sfruttamento. Ancora oggi milioni di ragazzini vivono in uno stato di schiavitù, costretti ai lavori forzati nell’agricoltura, nella vendita ambulante o ancora peggio come bambini soldato. A frenare i progressi finora raggiunti nella battaglia contro le peggiori forme di sfruttamento dei minori secondo l’ILO sarebbe proprio la crisi economica globale.

In occasione della Conferenza Globale sullo sfruttamento del lavoro dei bambini tenutasi ieri all’Aia, Juan Somavia – direttore generale dell’Ilo – ha affermato: “I progressi sono irregolari: non abbastanza rapidi, né sufficientemente ampi per raggiungere gli obiettivi prefissati. Sono necessari nuovi sforzi su più ampia scala. La situazione richiede una campagna contro il lavoro minorile più energica. Dobbiamo intensificare l’azione e accelerare il ritmo”. Secondo Juan Somavia “la recessione economica non può essere una scusa per ridurre le nostre ambizioni, né per giustificare la nostra inattività: al contrario, un’occasione per attuare misure politiche che siano efficaci per le persone, per la ripresa e per uno sviluppo sostenibile”.

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Europa: 7 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020

Il mercato dell’occupazione europea entro il 2020 offrirà 7 milioni di nuovi posti di lavoro, a cui si aggiungeranno 73 milioni di opportunità lavorative frutto della naturale evoluzione del mercato (pensionamenti o mobilità). Questo dato è emerso dall’ultimo rapporto “New Skills for New Jobs” presentato dal Cedefop (Centro Europeo per lo sviluppo della formazine professionale) sull’evoluzione della domanda e offerta di competenze in Europa.

Le proiezioni evidenziano che la richiesta di capacità e competenze è in costante aumento, questo significa che cresceranno le posizioni ad alta qualificazione come manager, professionisti e tecnici specializzati. Nonostante ciò sarà difficile invertire la tendenza già in atto che vede molte persone con qualifiche elevate ricoprire posti di lavoro di basso profilo.

Secondo i dati resi noti dal Cedefop, un europeo su tre in età lavorativa è in possesso di un basso livello di qualifiche formali, questa situazione riduce del 40% la sua possibilità di trovare un posto di lavoro rispetto a coloro che hanno qualifiche di livello medio. E’ importante quindi migliorare le proprie competenze e specializzarsi  per poter trovare un’occupazione nel prossimo futuro. Una buona soluzione per le aziende potrebbe essere quella di far ricorso ai Fondi Paritetici Interprofessionali e avviare percorsi di fromazione continua per i propri dipendenti.

Le donne saranno più qualificate degli uomini in futuro, secondo le previsioni. Questo miglior posizionamento femminile potrà determinare un effettivo incremento dei posti di lavoro rosa – anche nelle posizioni manageriali – solo se le politiche dei singoli Paesi Europei proporranno interventi a favore della conciliazione tra gli impegni lavorativi e quelli famigliari (l’incremento di offerte di lavoro part time è un esempio).

Le proiezioni del Cedefop pongono anche grande attenzione sull’esigenza di migliorare i servizi di orientamento alle opportunità di carriera fin ai primi anni universitari. Le ricerche hanno infatti dimostrato che il 30% del campione, dopo aver seguito un corso di orientamento, ha cambiato completamente idea sul proprio percorso di carriera, con un successivo e conseguente miglioramento dei risultati professionali ottenuti una volta entrati nel mondo del lavoro.

Le Istituzioni Europee stanno già definendo i possibili interventi volti al miglioramento delle competenze dei lavoratori, all’incremento dei servizi di orientamento professionale e all’adeguamento del sistema formativo con le richieste del mercato del lavoro.

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Infrastrutture: Ciaccia (Biis), con 250 mld di spesa, possibili 3,5 mln di nuovi posti di lavoro

Tre milioni e mezzo di nuovo posti di lavoro in cinque anni, con un investimento in infrastrutture di 250 mld di euro. Questo è l’obiettivo. L’Italia ha bisogno di investire in nuovi grandi progetti infrastrutturali e si ”potrebbero ipotizzare nell’arco di un quinquennio circa 3,5 milioni di nuovi posti di lavoro” investendo 50 miliardi di euro l’anno così da ”coprire un fabbisogno infrastrutturale di 250 miliardi, che riterrei il minimo per far fronte alla crisi economica ed energetica e rirpendere lo sviluppo”. Lo ha detto il direttore generale e amministratore delegato di Banca infrastrutture, innovazione e sviluppo (controllata di Intesa Sanpaolo), Mario Ciaccia, nel corso del suo intervento al convegno dell’Istituto latino-americano sulla “Cooperazione pubblico-privato: tra funzione pubblica e iniziativa economica.

Caccia ha poi aggiunto: ”investire otto miliardi in infrastrutture culturali potrebbe portare all’Italia sensibili benefici generando un effetto indotto sull’economia che può sviluppare circa 140mila nuovi posti di lavoro, di cui 80mila addetti ai lavori, 36mila nell’indotto e 24mila in posti fissi presso i siti“. E ha continuato sottolineando che “in generale, i progetti infrastrutturali nei quali Biis è coinvolta in Italia ed all’estero ammontano ad una valore complessivo i oltre 30 miliardi di euro, senza contare altri interventi di pubblica utilità. Nel campo delle grandi infrastrutture di trasporto, che complessivamente ammontano a circa 25 miliardi, Biis è impegnata a sostenere la realizzazione dei principali interventi che interessano l’Italia: il ponte di Messina, il collegamento autostradale della Pedemontana Lombarda, la direttissima Milano-Brescia (BrebeMi) e il progetto di Tangenziale Esterna Est di Milano.

Il banchiere reputa che “in Italia, con una previsione di aumento del Pil dell’1% nel prossimo anno, possiamo dire che il motore della crescita si e’ avviato, ma gira ancora al minimo e senza una forte accelerazione che soltanto il partenariato pubblico privato potrà dare, assisteremmo ad un’economia troppo lenta nello sviluppo che lascerà ancora a terra troppa gente e per troppo tempo. Ma per far crescere un partenariato forte e diffuso – ha concluso – bisogna accelerare i processi di privatizzazione e favorire la concorrenza sul mercato. Bisogna insomma uscire dagli equivoci: il monopolio è nemico degli investimenti”.

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Precari in Italia: siamo a quota 2 milioni

Tantissime donne, numerosi giovani e soprattutto al sud, ma non solo. Credere che il lavoro precario riguardi solo una particolare classe d’età e un’area geografica circoscritta sarebbe un errore. Perché se è vero che la maggior parte dell’occupazione a tempo determinato si concentra fra i lavoratori dai 15 ai 29 anni, è anche vero che ci sono oltre mezzo milione di precari fra i 30 e i 40 anni e altrettanti dai quarant’anni in su. Un esercito di precari che è in continua crescita.

Dai dati Istat inerenti al 2006 risulta che i dipendenti che fanno i conti con uno stipendio che oggi c’è e domani chissà sono – in Italia - 2 milioni 163 mila, ossia il 13 per cento del totale degli occupati. La quota è più o meno in linea con quella degli altri paesi europei (Francia e Germania sono sullo stesso gradino, la Spagna svetta invece al 34 per cento): l’accesso a tappe al mondo del lavoro è, di fatti, un fenomeno universalmente condiviso.

Il problema è che diventa sempre più difficile passare da un lavoro precario ad uno a tempo indeterminato e che la condizione di lavoratore a tempo finisce per incidere sulla curva demografica e su quella dei consumi: non tutti scelgono di essere “bamboccioni”. Dai dati Istat risulta infatti che l’88 per cento dei lavoratori che ha un contratto a termine afferma che la temporaneità non è una scelta volontaria, ma legata all’offerta di lavoro. Negli altri paesi europei la quota media di chi passerebbe al posto fisso scende al 55 per cento.

La precarietà purtroppo è destinata ad aumentare: fra il 2000 e il 2005 i contratti a tempo determinato e co. co. pro sono cresciuti di 95 mila unità. L’Istat annuncia che “la maggiore incidenza di lavoratori temporanei si registra fra i giovani dai 15 e i 29 ani”. Nel 2006 erano un milione e 112 mila, ma l’altro milione di precari è distribuito metà fra i 20-30 enni e gli over 40.

Anche se il fenomeno risulta in crescita su tutto il territorio, il Sud sta peggio di tutti. Nelle regioni meridionali la percentuale di precari sul totale occupati sale al 14,7 per cento, e aumenta oltre il 20 se si guarda solo alla popolazione femminile. Le donne, difatti, stanno peggio degli uomini, perché a lavorare a tempo determinato non sono solo le ragazze alle prime esperienze. “Tra i 30 e i 39 anni – precisa il rapporto Istat – l’incidenza delle lavoratrici in tale situazione risulta essere quasi il doppio di quella maschile”. Anche qui la tendenza è fare di necessità virtù: considerata l’assenza di servizi sociali inadeguati le donne – secondo uno studio della Fondazione Bellisario – sono molto più disponibili al lavoro flessibile rispetto agli uomini. Che si tratti di part time reversibile (chiesto principalmente dalla giovani donne del Sud), di turni flessibili (privilegiati dalle donne adulte del Nord Ovest) o della diversa ripartizione dell’orario (soluzione particolarmente favorita dalle donne del Centro).

Il livello d’istruzione incide ma solo in parte: quasi un milione di precari ha conseguito solo l’obbligo scolastico, ma altrettanti sono quelli dotati di diploma e a contratto temporaneo sono anche il 18 per cento dei dipendenti con un titolo post laurea. Quanto alla durata, quella media del contratto flessibile, in Italia, è di 12,8 mesi, ma il 37 per cento dei lavoratori temporanei firma accordi che garantiscono solo sei mesi di lavoro e solo il 19,6 per cento dei precari può contare su una occupazione garantita per due anni. Un futuro troppo corto per fare progetti.

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Fondimpresa eroga 60 milioni di euro per la formazione dei lavoratori

Fondimpresa attraverso percorsi formativi rivolti ai lavoratori scommette sul miglioramento della competitività delle aziende italiane. Il Fondo paritetico interprofessionale per la formazione continua gestito da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil ha pubblicato l’Avviso 2/2009, che mette a disposizione delle imprese di ogni settore 60 milioni di euro. Il nuovo avviso finanzierà progetti formativi relativi a numerose tematiche, privilegiando innovazione, qualificazione e riqualificazione, sicurezza sul lavoro.

Particolare attenzione è rivolta alle imprese in difficoltà per la fase recessiva dell’economia. Tra i destinatari infatti, recita il bando, sono inclusi “i lavoratori con contratti di inserimento o reinserimento, i lavoratori posti in cassa integrazione guadagni, anche in deroga, i lavoratori con contratti di solidarietà e i lavoratori a tempo determinato con ricorrenza stagionale, anche nel periodo in cui non sono in servizio”. “Noi crediamo nella ripresa sotto il segno della qualità – afferma il presidente di Fondimpresa, Giorgio Fossa – ma ciò implica uno sforzo in più che tutti dobbiamo essere pronti a compiere. Aggiornamento e qualificazione sono strumenti indispensabili alle aziende, per difendere gli spazi di mercato e conquistarne di nuovi, e ai lavoratori, perché la crescita professionale è la migliore delle tutele. Per questo, il Fondo fa propria la determinazione dei soci, Confindustria, Cgil Cisl e Uil, a valorizzare la formazione come leva importante per innalzare competenze dei lavoratori e competitività delle imprese”.

Fondimpresa dall’inizio aveva già avviato altri due progetti: a gennaio il Fondo ha reso possibile, per il biennio 2009-2010, la formazione di cassintegrati senza costi per l’azienda; successivamente, ha reso disponibile un rimborso per le spese di frequenza. Si conferma l’attenzione ai lavoratori a rischio e alla piccola e media impresa. Verranno particolarmente valutate le azioni formative rivolte alle donne e alle fasce che, statisticamente, risultano meno coinvolte nella formazione continua. Inoltre è previsto che almeno il 65% dei lavoratori formati dai piani finanziati dall’Avviso 2/2009 appartenga ad aziende con meno di 200 dipendenti. “E’ conseguenziale per chi crede nel valore della formazione mettere in campo tutti gli strumenti possibili per favorirne la diffusione dove è più necessario.

Le imprese di minori dimensioni, asse portante del nostro sistema produttivo, meritano a pieno titolo il nostro impegno”. Secondo i dati Inps di giugno, Fondimpresa si conferma di gran lunga il più importante tra i 17 Fondi interprofessionali in Italia. Oltre 73.700 le aziende aderenti, che occupano 3.652.000 lavoratori. Con il nuovo Avviso, le risorse impegnate da Fondimpresa per la formazione dei lavoratori a partire dal 2007 salgono a quota 365 milioni di euro, che finora hanno consentito la crescita professionale di oltre 500.000 lavoratori di migliaia di imprese.

L’Avviso 2/2009 prevede due scadenze per la presentazione delle domande: la prima, dal 16 novembre alle ore 12,00 del 15 dicembre 2009, la seconda, dal 1 aprile alle ore 12,00 del 30 aprile 2010. Per ogni scadenza sono a disposizione 30 milioni di euro. Tutte le informazioni sul sito www.fondimpresa.it

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