NEET: chi sono, cosa significa e quanti sono in Italia e in Europa?

Ecco la spiegazione dettagliata su chi sono i NEET, cosa significa “NEET” e quanti sono in Italia e in Europa

NEET

Una delle più gravi emergenze che riguarda il mondo del lavoro è quella dei NEET, ossia i giovani che non studiano, non lavorano e non fanno formazione.

In Italia il fenomeno resta tra i più diffusi d’Europa: nel 2025 riguardava il 13,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni, contro una media dell’Unione Europea dell’11%.

Il dato è però in netto miglioramento: dieci anni fa, nel 2015, la quota italiana sfiorava il 26%.

Scopriamo il significato della parola “NEET”, chi sono e quanti sono in Italia e in Europa, così sa avere un identikit completo e comprendere la portata di questo fenomeno.

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CHI SONO I NEET E SIGNIFICATO DI “NEET”

I NEET sono i giovani che non studiano, non lavorano e non ricevono una formazione.

Il significato di NEET è Not [engaged] in Education, Employment or Training” la cui traduzione letterale è “Non [attivi] in istruzione, in lavoro o in formazione“.

Questo termine inglese si usa in tutta Europa per descrivere i ragazzi inattivi. È un indicatore della quantità di energie e intelligenza “sprecate” dalle giovani generazioni.

All’interno del bacino dei NEET ci sono: i giovani che non hanno un impiego né lo cercano (disoccupati e inattivi) e non sono impegnati nemmeno in altre attività assimilabili e da cui ricavano una formazione, quali ad esempio tirocini, periodi di apprendistato e corsi professionalizzanti.

È importante però sottolineare che i NEET non sono un gruppo omogeneo, e ridurli allo stereotipo dei “giovani che non hanno voglia di fare nulla” è fuorviante.

All’interno della categoria convivono situazioni molto diverse tra loro:

  • i disoccupati, cioè chi cerca attivamente un impiego senza trovarlo;

  • gli scoraggiati, che hanno smesso di cercare lavoro perché convinti di non poterlo trovare;

  • chi non è disponibile a lavorare per motivi familiari, in particolare per la cura di figli o di parenti non autosufficienti: una condizione che riguarda soprattutto le giovani donne;

  • chi non lavora né studia per motivi di salute o disabilità;

  • chi si trova in una fase di transizione temporanea, ad esempio tra la fine di un percorso di studi e l’inizio di un lavoro.

Distinguere queste componenti è essenziale, perché ciascuna richiede politiche di intervento diverse.

Quanti anni hanno i NEET? Scopriamolo insieme.

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ETÀ DEI NEET

La fascia di età dei NEET a livello Europeo è generalmente compresa tra i 15 e i 29 anni ma a livello statistico il limite viene spesso ampliato fino ai 34 o 35 anni, se a questa età vivono ancora con i genitori.

Generalmente il fenomeno sociale interessa la fascia di età compresa tra i 16 e i 35 anni (in quanto la scuola dell’obbligo arriva fino ai 16 anni). L’analisi ISTAT in Italia li rileva dai 15 ai 34 anni. Quindi di fatto non c’è un dato ufficiale univoco che definisce con precisione la fascia di età.

Questo spiega perché, leggendo articoli e report diversi, si possano incontrare numeri anche molto distanti tra loro: prima di confrontare due dati è sempre necessario verificare a quale fascia d’età si riferiscono.

Il tasso di NEET, peraltro, cresce sensibilmente con l’età.

Secondo i dati Eurostat relativi al 2025, nell’Unione Europea la quota era del 5,3% tra i 15 e i 19 anni, saliva al 12,8% tra i 20 e i 24 anni e raggiungeva il 14,7% tra i 25 e i 29 anni: quasi il triplo rispetto ai più giovani.

Il motivo è intuitivo: nella fascia più bassa la maggior parte dei ragazzi è ancora inserita nel percorso scolastico, mentre le difficoltà emergono nel momento del passaggio dallo studio al lavoro.

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QUANTI SONO IN ITALIA E IN EUROPA

Secondo le rilevazioni Eurostat diffuse il 28 maggio 2026 e riferite al 2025, nell’Unione Europea la quota di NEET tra i 15 e i 29 anni si è attestata all’11%, in lieve calo rispetto all’11,1% del 2024 e in forte diminuzione rispetto al 15,2% del 2015.

In Italia, nello stesso anno, la percentuale è stata del 13,3%, superiore alla media europea ma in netto miglioramento rispetto al passato. In valori assoluti, le stime più recenti indicano circa 1,7 milioni di giovani italiani in condizione di NEET.

Il dato italiano più significativo riguarda proprio la tendenza di lungo periodo: tra il 2015 e il 2025 l’Italia ha registrato il calo più marcato di tutta l’Unione Europea, con una riduzione di 12,4 punti percentuali (dal 25,7% al 13,3%). Seguono la Grecia (-10,5 punti, dal 24,1% al 13,6%) e la Croazia (-9 punti, dal 19,8% al 10,8%). Complessivamente, tra il 2015 e il 2025 il tasso di NEET è diminuito in 22 dei 27 Paesi dell’Unione.

Va detto con chiarezza, perché è una novità rispetto agli anni scorsi: l’Italia non è più il secondo Paese europeo per incidenza di NEET.

Nel 2025 l’Italia si colloca al quarto posto, preceduta da Romania, Bulgaria e Grecia. Resta comunque stabilmente sopra la media UE.

  • Romania: 19,2%
  • Bulgaria: 13,8%
  • Grecia: 13,6%
  • Italia: 13,3%
  • Francia: 12,9%
  • Lituania: 12,4%
  • Spagna: 11,5%
  • Estonia: 11,2%
  • Finlandia: 11,2%
  • Slovacchia: 11,1%
  • Lettonia: 11,0%
  • Media UE: 11,0%
  • Croazia: 10,8%
  • Cipro: 10,6%
  • Ungheria: 10,6%
  • Austria: 10,3%
  • Belgio: 9,8%
  • Germania: 9,5%
  • Polonia: 9,2%
  • Danimarca: 8,9%
  • Lussemburgo: 8,8%
  • Malta: 8,5%
  • Irlanda: 8,1%
  • Cechia: 8,0%
  • Portogallo: 8,0%
  • Slovenia: 7,6%
  • Svezia: 5,9%
  • Paesi Bassi: 5,3%

Fonte: Eurostat, “Fewer young people not in work or education in 2025“, pubblicato il 28 maggio 2026, con dati riferiti al 2025

In generale, il quadro europeo mostra una netta frattura geografica: i Paesi del Nord Europa si collocano quasi tutti al di sotto della media comunitaria (con l’eccezione della Finlandia, all’11,2%), mentre le incidenze maggiori si registrano nell’area orientale e mediterranea dell’Unione.

Non mancano però le eccezioni: la Francia, con il 12,9%, è il quinto Paese dell’UE per incidenza di NEET, davanti a diversi Stati dell’Europa orientale. Il confronto tra il Paese messo peggio e quello messo meglio resta comunque impietoso: il tasso della Romania è quasi quattro volte quello dei Paesi Bassi.

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IL DIVARIO TERRITORIALE IN ITALIA

Il dato nazionale, però, nasconde differenze interne enormi, che rappresentano la vera specificità italiana. Il fenomeno dei NEET non è distribuito in modo uniforme sul territorio: cambia radicalmente da una regione all’altra.

Secondo i dati ISTAT, nel Mezzogiorno l’incidenza è più che doppia rispetto alle regioni settentrionali.

Le rilevazioni più recenti indicano un tasso attorno al 20% nel Sud, contro valori inferiori al 9% nel Nord.

Tutte le regioni che superano la media nazionale si trovano nel Mezzogiorno: tra quelle con i valori più critici figurano Calabria, Sicilia, Campania e Puglia, dove in alcuni casi il fenomeno riguarda un giovane su quattro.

All’opposto, i tassi più bassi si registrano nelle Province autonome di Trento e Bolzano.

In sostanza, per un giovane italiano la probabilità di trovarsi in condizione di NEET dipende in misura rilevante dal luogo in cui è nato: un divario che riflette le diverse opportunità occupazionali e formative offerte dai territori.

GLI OBIETTIVI EUROPEI

Per i giovani adulti di età compresa tra 15 e 29 anni, l’Unione Europea ha fissato un obiettivo: nell’UE i giovani né occupati, né in istruzione o formazione devono essere in percentuale inferiore al 9% entro il 2030.

Il traguardo è previsto dal Piano d’azione sul Pilastro europeo dei diritti sociali.

Alcuni degli Stati membri hanno già raggiunto questa percentuale, per altri invece c’è ancora tanta strada da fare.

Con l’11% registrato nel 2025, l’Unione Europea nel suo complesso si sta avvicinando all’obiettivo, ma restano due punti percentuali da recuperare in cinque anni.

Utile anche ricordare l’andamento storico del fenomeno: dopo il 15,2% del 2015 — anno di avvio della rilevazione, in piena crisi del debito sovrano — il tasso è calato costantemente fino al 2019, per poi risalire bruscamente al 13,8% nel 2020 a causa della pandemia di Covid-19, e riprendere quindi la discesa negli anni successivi.

DATI UE PER LIVELLO DI ISTRUZIONE

Il titolo di studio incide in misura determinante sulla probabilità di diventare NEET: più basso è il livello di istruzione, maggiore è il rischio di restare fuori sia dal mondo del lavoro sia da quello della formazione.

Stando ai dati Eurostat, i giovani tra 15 e 29 anni con un basso livello di istruzione registrano un tasso NEET intorno al 12,6%, più alto rispetto a quelli con istruzione media (11,3%) ed elevata (7,9%).

I tassi variano notevolmente tra i Paesi. Per il livello di istruzione basso si passa dal massimo della Romania (34,4%) al minimo dell’Irlanda (5,9%); per l’istruzione media, la Lituania registra il valore più alto (17,9%) e i Paesi Bassi il più basso (4,4%).

Tra i giovani con istruzione terziaria i tassi NEET sono generalmente più bassi, con la Svezia al 3,7%, ma in Grecia si arriva al 16,8%.

In quasi tutti i Paesi i tassi NEET sono più alti tra chi ha istruzione bassa o media, tranne in Repubblica Ceca, dove il valore più alto si registra tra i laureati. Solo in sei Paesi, tra cui Grecia e Polonia, i giovani con istruzione bassa hanno tassi NEET inferiori rispetto agli altri livelli.

IL DIVARIO DI GENERE TRA I NEET

Nell’Unione Europea il tasso NEET tra i giovani di 15-29 anni è più alto per le donne (12% nel 2025) rispetto agli uomini, con differenze significative in alcuni Paesi.

Il divario di genere tende ad aumentare con l’età, risultando minimo tra i 15-19 anni e massimo tra i 25-29 anni. Le donne NEET sono più spesso fuori dalla forza lavoro, mentre gli uomini NEET sono più frequentemente disoccupati: un dato che indica una maggiore esclusione delle donne dal mercato del lavoro.

In Italia il divario è ancora più marcato: secondo le rilevazioni ISTAT più recenti la quota di NEET raggiunge il 14,9% tra le donne, contro l’11,8% degli uomini. Il distacco cresce con l’età e diventa particolarmente ampio nelle fasce più adulte, dove l’incidenza femminile può superare di quasi dieci punti quella maschile.

La ragione principale di questo squilibrio è ben identificata dagli analisti: il peso del lavoro di cura di figli o parenti.

Molte giovani donne escono dal mercato del lavoro – o non vi entrano affatto – per accudire figli o familiari, in assenza di servizi adeguati. Non a caso il divario si amplia proprio nelle regioni del Mezzogiorno, dove alla carenza di opportunità occupazionali si somma una minore disponibilità di servizi per l’infanzia.

LE CAUSE DEL FENOMENO

Le ragioni che portano un giovane a diventare NEET sono molteplici e spesso si intrecciano tra loro.

Tra le principali individuate dagli osservatori:

  • la difficoltà di transizione tra scuola e lavoro, particolarmente lenta e macchinosa in Italia rispetto ad altri Paesi europei;

  • il disallineamento tra le competenze acquisite nei percorsi formativi e quelle richieste dalle imprese (il cosiddetto mismatch);

  • l’abbandono scolastico precoce, che riduce drasticamente le opportunità di inserimento;

  • la scarsa diffusione di strumenti come l’apprendistato e i percorsi di formazione professionale, che in altri Paesi rappresentano un canale d’ingresso privilegiato;

  • il contesto socio-economico e familiare di provenienza, che incide fortemente sulle prospettive individuali;

  • lo scoraggiamento, che porta ad abbandonare del tutto la ricerca di lavoro dopo ripetuti tentativi falliti.

COSA PUÒ FARE UN GIOVANE NEET

Uscire dalla condizione di NEET è possibile, e negli anni sono stati messi a disposizione diversi strumenti pensati proprio per questo.

Tra i principali canali da conoscere:

  • rivolgersi al Centro per l’Impiego del proprio territorio, dove è possibile sottoscrivere un patto di servizio personalizzato e accedere ai percorsi di orientamento e formazione;

  • partecipare ai programmi di politica attiva del lavoro promossi a livello nazionale e regionale, che prevedono percorsi di riqualificazione professionale e accompagnamento all’inserimento;

  • valutare i percorsi di formazione professionale e gli ITS, particolarmente efficaci per l’ingresso rapido nel mercato del lavoro;

  • considerare l’apprendistato, che consente di lavorare e formarsi contemporaneamente ed è uno dei canali con il più alto tasso di stabilizzazione;

  • informarsi sulle opportunità di mobilità e volontariato europeo, che offrono esperienze formative all’estero anche a chi non ha titoli di studio elevati.

Il primo passo, spesso il più difficile, è proprio quello di rientrare in contatto con i servizi per il lavoro: la ricerca mostra infatti che una quota consistente di NEET non è in contatto con alcun servizio pubblico o privato di supporto.

FONTI

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Scritto da Valeria Cozzolino - Giornalista, esperta di leggi, politica, Pubblica Amministrazione, previdenza e lavoro.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

3 Commenti

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